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ZINGARI

 

E' l'anno 1498 quando la valle dell'Adige è percorsa da una carovana variopinta che solleva inquietudine e curiosità nella popolazione. Sono gli zingari. Giunti alle porte di Merano vengono fermati e circondati da guardie. Si possono immaginare i grassi borghesi e i rudi valligiani affacciarsi curiosi ai muretti, infilare il naso tra i fiori del balcone, loro, che lungo il fiume avevano visto passare un'infinità di eserciti, mercanti e cortei regali. Gli zingari però sono tutt'altra cosa. Meglio tenersi alla larga anche se affascinano con quei loro colori sgargianti, quel linguaggio incomprensibile, quei tratti esotici e quelle note allegre. Ma i meranesi, dediti al commercio da tempo immemorabile, non tollerano elementi di disturbo e purché i gitani tolgano al più presto le tende stanziano la somma di dieci fiorini per il loro approvvigionamento e prendono senz'altro congedo da quel «popolo inquietante».A distanza di mezzo millennio è difficile dire se sia cambiato qualcosa. Gli zingari restano un elemento di contraddizione sociale che disturba il quieto vivere e che va dipinto, a scarico delle coscienze, con le tinte più fosche. Proprio in quel lontano 1498 la dieta di Augusta decreta: «Chi danneggia uno zingaro non commette reato». Un provvedimento che ha trovato piena applicazione in particolare nel corso della seconda guerra mondiale quando seicentomila membri del «popolo inquietante» hanno concluso la loro strada prima nelle camere a gas e quindi nei forni. Perché erano zingari. Ad Auschwitz nel 1944 si è altrettanto severi ma meno generosi che non a Merano alla fine del 1400: questo per chi ritiene che gli zingari non hanno saputo evolversi nel corso dei secoli, mentre noi...Vale la pena allora visitare la mostra « U baro drom - La lunga strada», dedicata alla storia e alla cultura di Sinti e Rom, allestita a Bolzano ( Galleria Civica di piazza Domenicani) in questi giorni. Ci si accorge subito che forse nei nostri libri di storia manca qualcosa. Già, la storia. Ecco un'altra lacuna del popolo zingaro. E' senza storia (ma non senza memoria). Vengono, forse, dall'India. Ma quando partirono ? Mille anni fa o millecinquecento ? E per quale motivo ? Fuggivano da una guerra, da una carestia ? O furono davvero chiamati in Persia perché esperti nella lavorazione dei metalli preziosi e perché provetti musicisti? La loro storia si perde nella notte dei tempi. Non come la nostra che è codificata nei libri, scolpita nelle lapidi, soprattutto quelle dei cimiteri o delle piazze, che proclamano vittorie e sconfitte (tanta storia ma poca memoria). Gli zingari non hanno patria, o la loro patria è la strada. Una lunga strada che, lo sanno, non è fatta per arrivare ad un capolinea. Elemento di contraddizione per una società che se da un lato si fa un idolo della flessibilità e della mobilità, dall'altro si scopre ogni giorno incapace di affrontare le nuove e antiche sfide che via via si presentano. Gli zingari hanno saputo, quando è giunto il momento, abbandonare il carro, il cavallo e l'incudine. Se il nostro modo di vivere li disorienta e li mantiene ai margini, poi però sanno mantenere identità e tradizioni rielaborando, di volta in volta, il rapporto col mondo stanziale. Che popolo necessario, quello degli zingari. Suscita nei gagi (non zingari) rabbia ed amore. Nutre la poesia e l'arte, ma è preda anche degli orrori più truci, come l'atto di un Mengele che sospinge personalmente il suo piccolo zingaro di quattro anni verso la porta della camera a gas. Gli zingari sono fra noi. Spesso lontani e circondati da guardie, come nel 1497. Lungo la valle dell'Adige (Merano, Bolzano, Appiano, Salorno) o a Bressanone vivono, come ogni popolo, con i loro pregi e i loro difetti. Popolo inquietante, per mille o forse millecinquecento anni ciò che li salva è la strada, la consapevolezza ereditaria della necessità di camminare. Chi sarà a raccontare di loro? «Sarà chi rimane, io seguirò questo migrare, seguirò questa corrente di ali».
 

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