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Pescara 31 agosto 1943


Sessantasei anni fa il primo attacco aereo su Pescara. Era una bella giornata di sole, il 31 agosto del 1943. L'estate era agli sgoccioli, la guerra pure, e molti pescaresi speravano che la loro città sarebbe stata risparmiata dal conflitto, che avrebbe continuato la sua vita fatta di lavoro e bagni al mare, in attesa della liberazione dalle forze nazifasciste che sembrava imminente. Non fu così, invece. Quel giorno accanto al sole che splendeva alto all'ora di pranzo, altrettanto splendenti apparvero i bombardieri alleati, che si preparavano a colpire i punti strategici del capoluogo adriatico: la ferrovia, il porto canale, il ponte risorgimento, gli edifici pubblici. L'obbiettivo era isolare i soldati tedeschi e tagliare le vie di comunicazione verso il sud, ma la guerra entrò anche nelle case e le distrusse, sterminando intere famiglie. Chi c'era non può dimenticare, chi non c'era ha l'obbligo di ricordare. Perché la medaglia d'oro al merito civile

conferita alla città dal Presidente della Repubblica Ciampi non è solo un riconoscimento da appuntare al gonfalone, ma un monito per i giovani, perché sappiano da quali ceneri di morte e dolore Pescara ha saputo rinascere. Così almeno crede il Presidente del consiglio comunale, per il quale «Pescara non può cancellare quegli anni e le nuove generazioni devono essere al corrente di quanto avvenne in quel periodo». «Gli ordigni lanciati dagli aerei alleati il 14, il 17, il 18 e il 20 settembre rasero al suolo l'80% delle abitazioni facendo più di duemila vittime, e solo il fatto che molti pescaresi si fossero rifugiati sulle colline circostanti e nei Comuni limitrofi evitò un bilancio ben più tragico». Ma la ferita

più grande rimane forse quella inflitta il 31 agosto. E non solo perché il bombardamento provocò un numero di morti oscillante tra i mille e i duemila (secondo le controverse stime fatte dagli storici), ma soprattutto per la triste sensazione che colse i pescaresi alle 13,25 di quel fatidico giorno: di aver perso l'innocenza e per alcuni, insieme ad essa, i parenti, gli amici, la casa e la vita di un tempo. Il consigliere comunale, che al tempo aveva solo cinque anni, rievoca bene quel clima di innocenza perduta: «Vidi arrivare questi stupendi aerei argentati e, tutto contento, chiamai mia madre. Lei gridò "E' la guerra" e mi portò al riparo, coi miei tre fratelli, nel sottoscala. Quando uscimmo di casa, in quella che oggi è via Ravenna, mi accorsi che cos'era, la guerra: tutti i palazzi vicini erano stati distrutti e intorno a noi non c'erano purtroppo che morti e macerie».
 



 

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